Voi Cosa ne Pensate?

27/05/13

L’unico modo per affrontare il prossimo mercato è farlo insieme. Ma l’arte di stare insieme è una politica sociale che deve unire, è un sentimento da condividere. È questo che cerchiamo nel nostro Gruppo? Sono valori importanti per le nostre aziende?

Di politica, nel nostro settore, si parla poco. Non intendo la “partitica”, ma quel genere di impegno e partecipazione lontani dai partiti e più vicini a un’idea di associazionismo di categoria che è comunque “politica”, o vorrebbe esserlo. I rivenditori edili italiani, non tutti lo sanno, ma sono idealmente rappresentati da una Federazione nazionale (Federcomated) che, a sua volta, opera in ambito provinciale sotto la sigla Ascomed (Associazione Commercianti Materiali Edili) che fanno capo alle Ascom, ovvero le Associazioni Commercianti presenti in ogni provincia. Il tutto è compreso nella grande famiglia di Confcommercio. Tutte queste sigle dispongono di un presidente e di un Consiglio direttivo – si tratta sempre di colleghi distributori – che si incontrano periodicamente, generalmente nelle sedi delle Ascom, per discutere di mercato, di congiuntura, e naturalmente anche di prezzi.

Nel nostro settore, l’associazionismo è una missione quasi impossibile. Infatti, sono poche le provincie che possono vantare Ascomed attive ed efficienti, anche se il primo valore di queste strutture – che si reggono quasi sempre solo sul volontariato – è l’opportunità di incontrare colleghi, imparare a parlarsi, a conoscersi, al di là delle quotidiane beghe sui prezzi, gli sconti, e così via. Ma non esiste una colpa, men che meno un colpevole: è nella natura del commerciante una certa predisposizione all’isolamento. Ognuno ha paura di parlare con il vicino per evitare che questo frughi fra i suoi segreti strategici (come se in questo mondo ce potessero essere, di segreti), spesso anche per antipatie congenite, per sgarbi sempre riconducibili ad azioni commerciali sul territorio poco gradite. Inoltre, inutile nasconderlo, nell’ambiente la supponenza non manca, ognuno si sente superiore all’altro, ognuno è convinto che nessuno abbia qualcosa da insegnargli e che quindi quelle riunioni non siano altro che perdite di tempo. L’avvento dei gruppi, certamente occasioni di incontro più gradite perché più strettamente legate a iniziative commerciali, ha un po’ sparigliato le carte. Attraverso l’analisi delle convenzioni i rivenditori hanno imparato a parlarsi. Alcuni preconcetti sono spariti, magari ne sono nati altri, ma oggi i soci di un gruppo hanno decisamente migliorato la qualità del rapporto fra colleghi.

Con questa premessa-romanzo non desidero scrivere la storia della distribuzione edile, ma cercare di far emergere alcuni concetti che nel mercato di adesso (e di quello che ci aspetta) mi sembrano urgenti: tramite i gruppi, tramite le associazioni, tramite mi auguro un giorno le società di capitali, il nostro mondo deve trovare una sua nuova identità, un nuovo e vincente posizionamento all’interno di un mercato che, dobbiamo ammetterlo, ci sta sfuggendo di mano. La nostra Associazione di categoria, e lo posso affermare con certezza perché a quel tavolo sono sempre stato seduto anche io almeno per una quindicina d’anni, ha sempre lavorato per cercare di migliorare la cultura d’impresa (che è anche cultura della relazione, cultura della trasmissione della conoscenza e dell’esperienza), facendo sempre una fatica assurda per radunare qualche decina di rivenditori agli incontri e ai convegni.

Oggi potremmo tranquillamente cercare di recuperare certi valori e adattarli alle nuove realtà che ci troviamo davanti tutti i giorni. Fare gruppo non significa solo ottimizzare gli acquisti, eppure questo è il primo argomento di ogni colloquio d’ingresso, ed è determinante ai fini della scelta. Quindi, se per qualsiasi motivo i prezzi diventano meno vantaggiosi o il concorrente offre a meno, il fatto di far parte di un gruppo diventa ininfluente. Ma allora forse è davvero necessario affrontare il discorso della politica di settore. Una linea, un sentiero da seguire per il bene di tutti, e poi vinca il migliore. Lo possiamo fare noi come Gruppo Made al nostro interno, ma possiamo anche estendere il messaggio ad altri gruppi, ad altri colleghi. Non può essere che a ogni crisi domini il panico, perché continuare ad abbassare i prezzi significa vivere nel panico commerciale. Significa diventare tutti più poveri, con le immaginabili conseguenze, perché non si può tirare la corda in eterno. Se un collega in zona è costretto a chiudere, come purtroppo avviene sempre più spesso, i magazzini vicini per qualche tempo lavorano un po’ di più, ma questo non vuol dire che crescono, o che la situazione è migliorata. E non credo sia nemmeno etico e possibile sopravvivere sulle disgrazie altrui.

Siamo un settore sfilacciato, con poca strategia e molta improvvisazione. Non ce lo possiamo più permettere. Mi piacerebbe sapere che cosa ne pensate. Mi piacerebbe che ognuno di voi lasciasse il suo messaggio qui nel nostro sito per dare un contributo. Ci stiamo accorgendo che non si vive più di soli prodotti e di sole convenzioni. È chiaro a tutti che dobbiamo fare qualcosa di più. Che cosa? Parliamone insieme, la risposta arriverà.

Roberto Anghinoni

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